ISI - Università dalla Svizzera italiana
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Curzio Maltese, nel suo ultimo libro, parla dell'ISI

Pubblichiamo un passo tratto dal libro:

CURZIO MALTESE

LA BOLLA
LA PERICOLOSA FINE
DEL SOGNO BERLUSCONIANO

Feltrinelli


Nel luna park degli orrori dell'università italiana, un giorno, grazie all'amico Carlo Ossola, accademico di Francia e grande italianista, mi imbatto nell'università perfetta. Un campus in riva al lago, una biblioteca meravigliosa, ovunque computer a disposizione degli studenti, una mensa eccellente. Corsi di letteratura di altissimo livello, con una metà di studenti stranieri, tedeschi, francesi, svizzeri, inglesi, indiani. Ci sono perfino due ragazze vietnamite, venute per inseguire il sogno di tradurre nella loro lingua i romanzi di Italo Calvino. Il segreto di tanta efficienza? E' l'università italiana di Lugano. Venti chilometri oltre il confine. (pagine 65 e 66)

Waldemar Deonna, Il simbolismo dell'occhio


Carlo Ossola, Il Sole 24 ore, 9 novembre 2008

Un Tesauro in biblioteca


Carlo Ossola, Sole 24 Ore, 30 novembre 2008

Il "Vocabulario italiano" di Emanuele Tesauro


Aggiungi immagineMarco Maggi, Giornale del Popolo, 22 novembre 2008

Poesia, consolazione della filosofia

Poesia, consolazione della filosofia

(Carlo Ossola, Avvenire, domenica 23 novembre 2008)

«Varcata la terra, / vengono in dono le stelle» [«superata tellus / sidera donat»]: così, come il Paradiso di Dante, si chiude il De consolatione philosophiae di Severino Boezio (ora riedito, sul testo critico di Claudio Moreschini, nella bella collana, diretta da Michel Zink, «Lettres gothiques», nei Livres de poche). Il testo è preceduto da una meditata introduzione di Jean-Yves Tilliette, che vede saldarsi, nel trattato di Boezio, l’eredità dell’aristotelismo, del platonismo, dello stoicismo, consegnati infine al Medioevo cristiano, che farà di Boezio il più amato degli auctores: Dante stesso lo collocherà accanto a Orosio, Isidoro di Siviglia, Beda, Riccardo di San Vittore, nel X canto del Paradiso (124-129). Due italiani, Fabio Troncarelli e Silvia Albesano (validissima allieva di Cesare Segre) hanno studiato l’immensa fortuna manoscritta e i volgarizzamenti dell’opera. È, questa, un canto di prigionia, di meditazione della morte e dei fini ultimi della vita: Boezio, nato tra il 475 e il 480 d.C., negli anni in cui si chiude la millenaria vicenda dell’Impero romano, discendente da illustre famiglia consolare, cristiano, traduttore dell’ Organon di Aristotele (e fondatore quindi del lessico filosofico occidentale), è presto console nell’Italia di Teodorico. Avendo Boezio preso le difese del senatore Albino, accusato di tradimento per aver tenuto una corrispondenza con l’imperatore di Bisanzio Giustino I, è a sua volta imprigionato a Pavia, torturato, condannato a morte e giustiziato nel 525 / 526 («da martiro / e da essilio venne a questa pace», dirà Dante). La bellezza dell’opera non è solo nella meditazione della vanità della vita, della fama, dei poteri, nella contemplazione dei beni eterni, ma soprattutto nell’alternarsi di verso e prosa. La prosa argomenta e il verso eleva; la prosa dialoga e il verso stringe a sintesi; la prosa si distende nelle peripezie terrestri e il verso s’invola nei regni della luce. La prosa scorre nella storia e il verso la riscatta nell’armonia delle ragioni celesti: «O tu che governi il mondo con perpetua ragione» [«O qui perpetua mundum ratione gubernas»]. Il fascino dell’opera è soprattutto quello di aver saldato poesia e filosofia, di aver fatto della poesia lo scrigno del ragionare della mente. Il prosimetro di Boezio si pone accanto a quello di Marziano Capella , De nuptiis Mercurii et Philologiae (V secolo d:C.), come fondatore di un genere che troverà nella Vita Nova di Dante il più alto compimento. Non meno, l’apparire di Filosofia, sin dal I libro del De consolatione, donna severa e maestosa, resterà nella mente di Dante al disvelarsi di Beatrice nel Paradiso Terrestre (anch’essa dapprima severa con il poeta). Nei versi di Boezio, il ricordo dei più memorabili incipit di Orazio, di Lucrezio s’intreccia al retaggio del «fondo oro» della bizantina Ravenna e produce nuove vivide figure di poesia e moralità: « Anche se il ricco, in fluenti onde d’oro, / avido nuotasse in ricchezze che non tratterrà»[«Quamvis fluente dives auri gurgite /…»]. Soprattutto prepara, nei suoi versi, la «lucida fonte» dei luminosi cieli del Paradiso di Dante: «O stelliferi conditor orbis», sino al culmine di un sigillo che nei due testi pare dettato da uno stesso moto, che unisce e armonizza: «O felix hominum genus, / si vestros animos amor / quo caelum regitur regat!», «ma già volgeva il mio disio e ’l velle, / sì come rota ch’igualmente è mossa / l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Par., XXXIII, 143-145). Poesia, vero paradiso della filosofia!

Pitture del cuore dal Seicento europeo


Le pitture del cuore

(Carlo Ossola, Avvenire, domenica 16 novembre 2008)

Tre libri recenti (Benedetta Papasogli, I moralisti classici, Laterza; e, della stessa, La mémoire du coeur au XVIIème siècle, Parigi, Champion; Louis Van Delft, Les Moralistes. Une apologie, Paris, Gallimard), tutti dedicati al XVII secolo, ci riportano a una questione antica: se l’uomo vedesse davanti a sé dipinti i propri difetti, errori, deformità morali, saprebbe emendarsi?
Pare oggi strano, ma la “pittura dei sentimenti” fu, per qualche secolo, anche più importante della pittura dei paesaggi. Bernard Lamy, citato da Van Delft, delinea quei tratti: «Il discorso è l’immagine dello spirito. Si dipingono umori e inclinazioni nelle proprie parole senza che ci si pensi» (La rhétorique ou l’art de parler, 1675). Camillo Baldi, del resto, era andato più in là, nel suo trattato Come da una lettera missiva si conoscano la natura e qualità dello scrittore (1622), immaginando che chi legge possa sempre vedere in quei caratteri avanzare un uomo con il “cuore in mano”. Domanda di aiuto o offerta di verità, quel pulsare è il nostro scrigno, centro, ricettacolo della memoria, sino a suscitare -nel Cardiomorphoseos di Francesco Pona, 1645- una turrita serie di “emblemi sacri” con al centro il cuore. François Lamy, nel suo analitico De la connaissance de soi-mesme, 1694-97, osservava acutamente che «le nostre idee non ci modificano punto […], mentre i nostri sentimenti e le inclinazioni del cuore sono vere maniere d’essere, vere impressioni calcate nella sostanza». Questa «scienza del cuore» (Papasogli) richiede percorsi attenti, passi avvertiti, ma verso dove? Il cammino verso l’interno non è così agevole come la contemplazione del paesaggio; lo notava già Fénelon: «È ben vero che le parti interne dell’uomo non sono gradevoli a vedersi quanto le esterne. Ma esse non son fatte per essere viste »: se apparissero, infatti, non potrebbero essere contemplate che con «ripugnanza»: «È tale orrore che prepara la compassione: […]: fragilità della creatura, arte del Creatore». Ecco perché crea disagio il «discorso viscerale» : è una verità di noi troppo esibita, uno squarciare il petto, lasciando apparire “interiore e interiora” di noi. C’è un’arte di andare “al centro”, al “cuore” del problema che è ardita e perigliosa; altri, come il Castiglione, preferiscono toccare il soggetto «come per transito», alludendo più che definendo. E del resto, se il centro fosse sempre davanti a noi, non sarebbe conoscenza ma follia, come in Racine: «Dalla sua immagine invano ho voluto distrarmi. / Troppo presente ai miei occhi …» (Britannicus, II, 2).
Si apre allora, e sin da Montaigne, un’altra maniera di “pervenire a noi”: quella del “cammin facendo…”, di continuare ascolto e parola, ogni giorno , senza posa, sino alla fine: «Chi non vede che ho preso una strada per la quale, senza intermissione e senza fatica, avanzerò sin tanto che ci sarà inchiostro e carta al mondo?» ( Essais, III, 9). Al centro di noi o alla fine è la nostra verità? Il padre Dominique Bouhours (1628-1702) non aveva dubbi: «I passi che sono alla fine sono come il riassunto e l’estratto dei pensieri della giornata: raccolgono tutto il senso e tutta la forza in due parole […]. Sono grani seminali, che contengono una grande virtù in una piccola massa, e fanno molto effetto in poco tempo» (Pensées chrétiennes pour tous les jours du mois). Arte di seminare la fine…

Mistici italiani dell'età moderna

Mistici italiani dell’età moderna, a cura di G. Jori, Introduzione di C. Ossola, Torino, Einaudi, 2007.

Il critico Carlo Ossola: "I mistici italiani? Vanno inseriti nella letteratura"
di Bianca Garavelli


Avvenire, 4 Ottobre 2007, p. 5.

Letteratura europea e medioevo volgare

Piero Boitani, Letteratura europea e medioevo volgare, Bologna, il Mulino 2007, pp. 537.

La critica ipertestuale di un Medioevo riscoperto

di Francesco Stella

Il prepotente ritorno alla critica tematica che si registra in Italia negli ultimi anni, recentemente glorificato in dimensione monumentale dal dizionario UTET dei temi letterari, è soprattutto un ritorno al metodo della grande comparatistica novecentesca di Spitzer e soprattutto di Auerbach e Curtius: giganti dell’esplorazione letteraria che nel nostro paese hanno atteso decenni per essere conosciuti e tradotti a causa dell’ostilità dichiarata dalla critica idealista al modello di un sistema letterario unitario e di una morfologia storica delle letterature europee. Questo pregiudizio sembra ormai in via di faticoso superamento grazie alla tendenza interdisciplinare e all’orizzonte sovranazionale che sta imponendo una graduale rivisitazione dei metodi di analisi anche nella letteratura. Più difficile da scalfire è il pregiudizio sul valore e l’influenza della letteratura e della cultura medievali. È stato possibile in questi mesi leggere recensioni alle recenti traduzioni di Auerbach che evitavano accuratamente perfino di nominare il Medioevo, come se l’autore di Mimesis e Figura si fosse occupato di narrativa sudafricana o di epistemologia azteca. Questo tabù è ormai sgretolato sul fronte storiografico, grazie soprattutto alla forza d’urto della scuola francese delle Annales, ma sopravvive – nelle scuole e sui media - ogni volta che si parla di letteratura. Ci si meraviglia delle “scoperte” sul ruolo politico delle donne nel Medioevo e si ignora (anche da parte degli storici) che il millennio medievale - a differenza della civiltà classica e a lungo perfino di quella moderna - è popolato anche da grandi scrittrici in latino e nelle lingue vernacolari. Non solo Eleonore e Matildi, ma Rosvite, Costanze, Ildegarde, Eloise. Il fantastico panorama che Piero Boitani presenta in questo suo Letteratura europea e medioevo volgare si basa proprio sulla volontà di superare le «distinzioni archeologiche e filologiche cui ci ha abituato l’umanesimo» e recuperare la potenza d’immaginazione dispiegata fra VI e XV secolo in una miriade di opere letterarie la cui reperibilità è ancora oggi un’impresa.

Il titolo del volume fa riferimento all’insuperato capolavoro di Ernst Robert Curtius Letteratura europea e medioevo latino, pubblicato nel 1948 e tradotto in italiano solo nel 1992, che per la prima volta usava il grimaldello dei luoghi comuni della poesia e della retorica per ricostruire continuità dimenticate fra l’antico, il tardoantico, il medievale e il moderno, dipanando con coltissima pazienza i fili che collegano Omero e Orazio a Dante e ai Carmina Burana per riaffiorare in Calderón, Goethe, Diderot ed Eliot, attraverso la mediazione di nomi esotici come Venanzio Fortunato, Aldelmo di Malmesbury, Alcuino di York, Alano di Lilla, Bernardo di Chartres, Ildeberto di Le Mans e altri cento prigonieri dell’oscurità. Il segreto di quel monumento alla forza metamorfica della tradizione, tanto celebrato quanto discusso proprio per la schematizzazione “continuista”, classicista e centralista ma ancora utilizzato da ogni studioso di letterature europee, stava nella conoscenza diretta di una galassia di autori e testi del medioevo latino, che i programmi scolastici e universitari lasciavano e lasciano tuttora fuori dalle storiografie addomesticate. Ma al grandioso affresco di Curtius mancava un pannello fondamentale: il Medioevo volgare, cioè i capolavori delle letterature europee fiorite dopo il IX secolo. Boitani prova ad avventurarsi in questo oceano di idiomi avvalendosi, come Curtius, sia di una conoscenza diretta di molti testi, soprattutto medioinglesi e italiani, sia di una sensibilità alla letteratura contemporanea che lo mette in grado di collegarla con disinvoltura al passato grazie appunto alla leva tematica: un esempio sorprendente sono le pagine dedicate a Charles Wright, forse il maggiore poeta americano vivente, tradotto in Italia per la prima volta dalla rivista “Semicerchio” nel ’94 e poi in due volumi curati da Antonella Francini ma sostanzialmente sconosciuto nel nostro paese. Boitani offre una lettura penetrante e delicata di alcune sue liriche all’interno dell’excursus sulla fortuna di uno dei campi metaforici apparentemente più triti della poesia dantesca, le immagini delle stelle. Come per Curtius, il cardine intorno a cui tutto il meccanismo verifica la sua tenuta è infatti la Divina Commedia, ma a differenza di Curtius Boitani ha un secondo faro che gli serve a illuminare lo spazio circostante, un altro lago nel quale confluiscono e ripartono fiumi che vengono da altre dimensioni: l’opera di Geoffrey Chaucer, l’autore dei 10 Racconti di Canterbury. Boitani ci guida con capacità affabulatorie inconsuete in un filologo verso le fonti latine o boccacciane della storia del “cavalier” Troilo, nobile figlio di Priamo, e della sua amata Criseida, figlia dell’indovino Calcante, che finisce per tradire Troilo con Diomede: una storia che a Chaucer arriva dal Filostrato di Boccaccio e che da Chaucer proseguirà verso Shakespeare e Dryden. Il narratore inglese diventa così la sliding door di temi in entrata e in uscita su cui si misura la circolazione narrativa nei vari universi letterari del medioevo: di forme (il romanzo), di personaggi, di personificazioni (la Fama), di motivi (crepuscolo e notturno), di luoghi (la foresta, la caverna, il castello, il labirinto).

Questa forma di comparazione dei testi propone un metodo che Boitani ha sempre seguito, ma che a nostro parere diventa sempre più familiare via via che avanza la nostra abitudine alle tecnologie informatiche: la critica come navigazione continua, il surfing fra testi che rimandano ad altri testi, già descritto da Petrarca in una lettera («il meccanismo di risalire da un autore e da un titolo all’altro »), che ancora meglio si rispecchia nell’immagine del Laborintus come lo definisce Eberardo il Tedesco, più tardi ispiratore del primo Sanguineti: «edificio tortuoso […] dove sempre risuonano voci», e dove in ogni voce ne sentiamo risuonare altre, ed altre ancora. Un metodo che è stato apprezzato e qualche volta discusso, e che tuttavia non può non colpire in quanto materializzazione critica avanzata della concezione ipertestuale, un metodo che assomiglia moltissimo al viaggio di Dante. I capitoli più compatti, anche se meno legati al metodo di Curtius, sono dedicati infatti alle tre corone trecentesche, e il più appassionato è ancora una volta quello su Dante, che Boitani vede come testimone di una medievalità rivolta all’indietro (a Virgilio, alla coscienza della propria bloomiana angoscia delle influenze) e come generatore di riscritture feconde: in particolare di due plessi mitici cui Boitani ha già dedicato volumi importanti: Ulisse e la Bibbia. L’arrampicata più audace viene tentata invece sulla parete di un insospettabile Melville, il cui rapporto con Dante viene cercato fin nelle pieghe dei suoi appunti sull’edizione americana della Commedia. Le pagine dove il percorso diacronico prende una temperatura più alta sono però quelle dedicate alla presenza medievale, e dantesca in specie, nei grandi poeti modernisti Eliot e il suo maestro Pound e quelle, forse più nuove, dove prendono forma alcune delle figure che più a fondo hanno girato la chiave dei testi medievali: Auerbach, il primo a comprendere gli effetti stilistici della rivoluzione cristiana e ad analizzare il rapporto fra società e scrittura nel medioevo, e Clive Staples Lewis, che ha raccontato lo sviluppo delle più grandi invenzioni medievali: l’amore cortese, poi recuperato e imposto dal Romanticismo e dal cinema come condizione naturale del sentimento, e l’interpretazione allegorica del mondo, moltiplicatore di sensi che solo la semiologia moderna ha saputo valorizzare. Sulla scia di Boitani, altri potranno continuare la galleria con Zumthor, Dragonetti, Jauss, Avalle, Segre: alimentando così il paradosso di una mondo letterario che ha generato i paradigmi critici più avanzati del secolo, ma i cui testi non parlano più se non attraverso le loro voci aliene, i loro replicanti moderni.

Alias inserto de Il Manifesto, 12 gennaio 2008, p. 22.

Letteratura europea e Medioevo volgare

Piero Boitani, Letteratura europea e Medioevo volgare. Bologna, il Mulino, pp.550

(Roberto Mussapi)

“Stelle”: un titolo assoluto nella sua nettezza. È quello di un capitolo prodigioso di un libro straordinario. Potrebbe essere estratto dal libro –in cui peraltro è insostituibile- per ricavarne un volumetto in cui si svela la letteratura d’Occidente attraverso la mappa celeste individuata e tracciata in Italia nel Medio Evo, dai massimi poeti, Dante e Petrarca. Una costellazione che una volta delineata illumina il cielo e della poesia dal massimo poeta delle stelle, Torquato Tasso, fino alla realtà siderale che Shakespeare immortala negli occhi di Giulietta e meno esplicitamente in gran parte del suo teatro intrinsecamente cosmologico. Dove cioè gli occhi della donna amata sono stelle in quanto le storie umane corrispondono a storie cosmiche. Nello splendore degli occhi di Giulietta, Romeo intuisce la natura stellare, inscindibile dalla loro presente e prossima vicenda di amore e conflagrazione: quell’amore che è come la polvere (pirica) e il fuoco, che al loro primo bacio si consumano. Dalla trepidazione siderale di Alighieri, da quella meno drammatica ma più frequente e centrale di Petrarca, in avanti, fino alle realtà trapunta di stelle di uno dei massimi poeti statunitensi di oggi, Charles Wright, il capitolo mostra esemplarmente l’intento e la realtà dell’opera: in Letteratura europea e Medioevo volgare (il Mulino, pp. 550), Piero Boitani mette in luce le relazioni profonde della cultura europea dalle sue origini classiche al travagliato e creante rapporto con il cristianesimo, definisce un ambito letterario che si estende nel tempo e nello spazio, traccia la trama di relazioni su cui si tesse la letteratura europea, incluse le sue influenze su autori non europei moderni e contemporanei, come Ezra Pound, il già citato Wright, il poeta caraibico premio Nobel Derek Walcott, elisabettiano per formazione linguistica, omerico per ispirazione.
Le letteratura europea è un corpo vasto, complesso e molto esteso nel tempo: la sua durata coincide più o meno con quella delle stessa cultura europea, ventisei secoli, da Omero a Goethe. Solo chi sa padroneggiare tanto la lingua e l’opera di Omero quanto quella di Shakespeare, di Dante quanto di Rilke, può muoversi da cittadino in questo universo. Ecco quindi svelarsi una mappa straordinaria, un trattato lucido quanto suggestivo, dai temi della Fama alle immagini della caverna, del tempio, del labirinto, i miti del volo e del castello, insomma i principali archetipi della letteratura europea, fino al citato capitolo sulle stelle, alle continue influenze operate dall’opera di Dante e Petrarca sulla letteratura dei secoli successivi. Il saggio, come indica il titolo, è incentrato su un preciso e cruciale momento storico, e quindi si sofferma sugli autori e le opere di quel periodo. Ma continuamente scattano saette in direzioni successive, riviviamo i temi e le immagini di Alighieri in Shakespeare ed Eliot, insomma la letteratura europea del Medio Evo dell’età volgare, successiva a quella di lingua latina, si rivela la fucina centrale di quanto accadrà in seguito, chiamando a confronto, e quindi a una nuova vita, l’età che la precede, con i suoi splendori.
In poche parole: il nodo centrale della letteratura medioevale è l’incontro tra i modelli classici, pagani, di Ovidio, Orazio, Virgilio, e la religione cristiana nella sua formulazione culturale, da Paolo di Tarso ai padri della Chiesa. C’è alterità tra le due visioni del mondo, ma a questa radicale alterità corrisponde una straordinaria, reciproca attrazione. Tutta l’opera di Dante è attraversata da figure pagane, e il mondo delle Metamorfosi di Ovidio informa la letteratura dell’Europa cristiana. Da questo stridente e fecondo rapporto nasce la poesia europea, in Francia prima, con l’età dei trovatori, in Italia poi, con l’epopea dello Stil Novo, di Alighieri e Petarca. Da quelle due culle una nascita incessante, le cui conseguenze sono ancora vive. Dopo i più agili, avventurosi saggi su Ulisse, o sul mito del Volo, ora un poderoso volume su una fase centrale della letteratura. Trent’anni di lavoro, ben spesi da Piero Boitani, critico e saggista di statura mondiale.

Il Giornale, 18 settembre 2007, p. 31.

Letteratura europea e Medioevo volgare













Piero Boitani, Letteratura europea e Medioevo volgare, il Mulino, Bologna, pagg. 538.

Il mito eterno di Ulisse













Piero Boitani, Sulle orme di Ulisse, Bologna, il Mulino, 2007.

Prima lezione sulla letteratura













Piero Boitani, Prima lezione sulla letteratura, Laterza, Roma-Bari, 2007, pagg. 192.




Fabula Mistica

Fabula Mistica
Michel de Certeau
A cura di Silvia Facioni
Nuova edizione italiana, con un saggio introduttivo di Carlo Ossola
Jaca book, 2008

Il ruolo della mistica nella storia: l'opera magistrale del grande filosofo e storico francese.Quest’opera è considerata da molti il capolavoro di Michel de Certeau. Essa racconta l’irruzione nella storia della parola mistica come esperienza di marginalità, esclusione e rinuncia. Un’esperienza che si svolge in luoghi in cui perdersi, attraverso parole o scene di enunciazione che sperimentano nuovi linguaggi: da Eckhart a Silesius, da Teresa d’Avila a Giovanni della Croce o Surin, tutto un corteo luminoso di donne, folli, illetterati, eremiti oscilla fatalmente tra obbedienza e rivolta, ortodossia ed eresia, sapere istituito e nuovi ordini del conoscere.Critica letteraria e psicoanalisi, semiotica e filologia, analisi sociale e indagine politica, contribuiscono a disegnare un percorso che abbandona (ma non trascura) i confini della teologia e si lascia contaminare da strumenti critici apparentemente estranei o inadeguati.Ed è proprio la sorvegliata e rigorosa contaminazione tra discipline a costituire il tratto caratteristico dell’opera dello storico, come pure il suo lascito fecondo: assumere l’«altrove» come griglia ermeneutica o il «desiderio» come impossibile che muove la storia, significa mettere in discussione ogni teoria o pragmatica della comunicazione e lasciare che a parlare sia un linguaggio perforato, interdetto, opaco, sempre bisognoso di traduzione ma anche sempre più ricco di qualunque sistema.Se nelle parole dei mistici si occulta «il lutto che le separa da quanto mostrano» non sarà possibile smettere di percorrerne i tracciati, lasciandosi letteralmente «alterare» da quanto producono. La nostalgia di un’inafferrabile origine attraversa Fabula Mistica per contestare l’utopia della trasparenza e della pienezza di un sapere che occupa la scena con la pretesa di ricapitolare ogni suo movimento.Ma altre scene, altri teatri, altre narrazioni si sono insinuate nei secoli XVI e XVII e, più o meno consapevolmente, hanno inaugurato il nostro tempo. Michel de Certeau – passante dei saperi – non intende captare alcun segreto, ma prova ad osservare tali scene con lo sguardo di chi cerca il loro punto di fuga, vale a dire l’impossibile «da cui ci sviano verso un assoluto».